Finito Il Cavaliere Inesistente di Italo Calvino.
Finalmente ho completato la Trilogia degli Antenati (non ne potevo quasi più di cavalieri e visconti!), e ora mi butto nell'ambientazione cittadina di Marcovaldo, liberandomi quasi da un peso. Inutile dire che tutti e tre i racconti che compongono questa "saga" mi sono piaciuti, chi più e chi meno, ma pressappoco tutti allo stesso livello. Il Cavaliere, tuttavia, è forse quello che ha dovuto sudare di più prima di prendermi totalmente come lettore (non come in quella, ancora a mio parere bellissima fiaba del Visconte Dimezzato, dove fin dall'incipit "C'era una guerra contro i Turchi" mi sono gettato totalmente nell'universo irreale e assurdo che proponeva; e nemmeno come quando il Baroncino Cosimo di Rondò rifiuta le strette convenzioni familiari salendo sugli alberi e restandovi fino alla fine). A mio parere, infatti, la storia di Agilulfo ingrana davvero solo dopo la prima metà, entrando in un turbine di eventi dai quali è difficile staccarsi.
Per prima cosa, c'è da dire che strutturalmente è il romanzo più complesso della Trilogia, e forse il più complesso fin'ora sperimentato da Calvino. Vi sono accenni di quel periodo che vede lo scrittore in balia della metanarrazione e delle nuove teorie narrative, identificate qui in una storia che non si svolge direttamente sotto gli occhi del lettore, ma che è scritta a sua volta da un terzo personaggio, e che presuppone l'esistenza di una ulteriore trama a intrecciarsi con lo sviluppo dell'avventura del Cavaliere Agilulfo. Un libro nel libro, una storia nella storia. Diversi piani narrativi che si riflettono l'uno nell'altro, finchè non trovano una conclusione certo giusta, ma forse un po' affrettata, nelle ultime pagine. E il difetto che qui subentra è forse quello di perdersi nelle ultime battute, che meritavano di essere amplificate e per quel poco approfondite. Pure il "colpo di scena" finale, se così lo vogliamo chiamare, a conti fatti è piuttosto scontato, e resta lì, un po' per aria, un po' a sbrigarsi a chiudere una favola che ha i suoi indubbi pregi (le riflessioni costanti sull'essere e il non essere, filtrate da immagini che hanno il loro fascino e la loro carica umoristica, ridicola, e che trovano appigli più o meno ovvi anche nella realtà odierna, quasi cinquant'anni dopo la stesura), i suoi punti di forza (la splendida caratterizzazione di Agilulfo; l'atmosfera più cupa e pesante rispetto agli altri due racconti...), ma anche qualche caduta, come appunto il finale.
Trovo che sia un libro a conti fatti molto piacevole, come d'altronde tutte le opere di Calvino fin qui, e un passo di maturazione non di poco conto che conclude un percorso al passato fatto di alti e bassi, ma sempre e comunque capace di suscitare attenzione e ammirazione. Una saga, quella degli Antenati, tutt'altro che banale, e che io ho trovato ottima nel suo complesso. Il pregio massimo di questo scrittore, ora che ho superato il primo, importante periodo (non mi piace ragionare per periodi, ma insomma è comodo) è quello di non soffermarsi mai troppo su di una questione, di trovare nuove vie, nuove strade, di completare le altre, concludere ciò che è stato aperto, ma senza mai sdraiarsi al sole attendendo che la fama (a mio parere meritata) faccia il suo corso. Si, è un artista che ammiro molto.