Una notte insonne. Di nuovo.
Dopo l'omicidio e il successivo svenimento nella cattedrale di San Patrizio, Jesper era stato riportato a casa dall'amico Alan.
Prima di andarsene, l'ex poliziotto aveva raccontato tutta la vicenda al commissario Rykers, accorso subito sul posto. Jesper era rimasto seduto su un banco, in silenzio. Non volle parlare con nessuno.
Beyond
Capitolo 16
-Il crollo-
Ancora una notte insonne per il detective Jesper Cultons.
Seduto sulla sua poltrona nell'appartamento al Ground Zero Memorial, Jesper stava riflettendo su quanto accaduto nelle ore precedenti. Sullo schermo difronte scorrevano le immagini del suo film preferito. Blade Runner.
Osservò l'orologio sulla parete: le due e dieci.
Sul tavolino accanto alla poltrona vi erano un bicchiere vuoto e una bottiglia di whisky riempita fino a tre quarti. Jesper prese la bottiglia, svitò il tappo e lo appoggiò sul tavolo. Prese il bicchiere, lo osservò per qualche secondo, lo strinse energicamente nella morsa della mano poi lo scagliò contro la parete.
Il bicchiere andò in frantumi, vi erano schegge di vetro in ogni angolo della stanza.
Alcune lacrime scesero sul volto di Jesper. Decise di affogare i suoi pensieri nell'alcool, portò il collo della bottiglia verso la bocca e iniziò a bere. In meno di mezz'ora finì tutto il whisky della bottiglia.
Si alzò a stento dalla poltrona per andare in cucina. Aprì il frigorifero e prese le quattro bottiglie di birra che gli erano rimaste. Bevve anche quelle.
Il resto della notte lo trascorse in bagno, abbracciato alla tazza.
Era ormai l'alba quando si alzò dal pavimento del bagno, si spogliò e si fece una doccia.
Jesper andò in camera da letto, indossò degli indumenti puliti poi prese la sua pistola, si sedette sul letto e la smontò completamente. Passò una buona mezz'ora a ripulire l'arma, poi la rimontò e la mise nella fondina fissata al pantalone.
Si alzò dal letto e si avviò verso la porta d'ingresso, prese le chiavi di casa e il giubbotto ed uscì dall'appartamento, chiudendo a chiave la porta. Rapidamente scese le scale che lo avrebbero portato all'uscita del palazzo.
Aprì il portone del grattacielo ed uscì fuori, le strade erano affollate, come sempre a quell'ora di mattina. Il detective iniziò a camminare verso ovest, con il sole alle spalle e come unica compagnia la propria ombra, lo sguardo fisso sul marciapiede e le mani nelle tasche del giubbotto, chiuse a pugno.
Camminò per diverse centinaia di metri fino a raggiungere un'officina in un garage, da fuori si udivano rumori di utensili misti a canzoni metal vecchie di decenni.
Jesper entrò nel piccolo locale, in lontananza riusciva a vedere la sua Ducati appoggiata ad un muro con un casco sul sellino. Un'auto giaceva su un carrello rialzato, sotto di essa vi era un ragazzo smilzo, vestito con una tuta blu sporca d'olio, con il viso all'insù intento a riparare il motore della macchina.
Jesper: <David!>
Il ragazzo smise di lavorare e si voltò verso l'ingresso.
David: <Jesper! Come stai, vecchio mio?>
Jesper: <La moto?>
David si avvicinò al detective poi fece segno verso la parete difronte.
David: <È laggiù, come nuova. Scusami se non ti stringo la mano ma è un po' sporca.>
Jesper: <Posso prenderla?>
David: <È tutta tua.>
Jesper andò verso la sua moto, indossò il casco e la portò verso l'ingresso dell'officina.
Jesper: <Mandami la fattura. Ti farò un accredito sul tuo conto.>
David: <Come sempre. Ma... C'è qualche problema?>
Jesper salì in sella alla moto, la accese e diede gas.
Jesper: <Nessun problema. Grazie, David.>
Il detective uscì dall'officina a tutta velocità. Il ragazzo alzò la mano per salutarlo.
David: <Non c'è di che, amico...>
Evitando il traffico mattutino, Jesper si diresse verso il loft del ricercatore giapponese Ein Monoya, uno dei tre nomi fatti da Axel Connor prima di essere assassinato. Il detective aveva molte domande per lui, troppe.
Dopo una decina di minuti Jesper arrivò a destinazione, parcheggiò la moto ai piedi del palazzo ed entrò, il portone era aperto. Prese l'ascensore arrivando all'ultimo piano, suonò al campanello dell'appartamento del giapponese.
Osservando i dintorni della porta, notò una piccola telecamera. Si voltò a favore di camera per farsi riconoscere, dopo pochi secondi il ricercatore aprì la porta.
Ein: <Detective Cultons, cosa ci fa qui?>
Jesper estrasse la pistola e con un rapido movimento la caricò e la puntò alla fronte del giapponese.
Jesper: <Ho un paio di domande per te e ho l'impressione che mi risponderai con molto piacere se ci tieni al tuo prezioso cervello.>
Ein: <D-Detective... M-Ma cosa fa? È impazzito?>
Jesper: <Pazzo?! Non sono mai stato così lucido! E adesso fammi entrare!>
Il giovane si spostò e fece entrare Jesper, il quale continuò a puntare la canna della pistola verso il ricercatore. Il piccolo appartamento di Ein era pieno di apparecchiature elettroniche di ogni sorta, molte avanzatissime.
Ein chiuse la porta mentre Jesper fece cenno con la pistola di mettersi davanti a lui.
Jesper: <Andiamo a sederci.>
Ein: <Perché fa questo, detective?>
Jesper: <Smettila di fingere, per il tuo bene. So cosa avete fatto a Rachel! L'ho visto con i miei occhi!>
Il giapponese si sedette su una panca in una stanza adibita a giardino. Vi erano numerose piante, alcune delle quali erano bonsai.
Ein: <Rachel? Non so chi sia questa Rachel!>
Jesper puntò nuovamente la pistola sulla fronte del ragazzo, spingendo la canna con forza.
Jesper: <Non prendere mai in giro un uomo armato.>
Ein: <M-Ma io n-non lo so! Cosa vuole da me?!>
Il giapponese si mise a piangere, era visibilmente impaurito.
Jesper: <Lo sai benissimo invece! Il progetto a cui stavi lavorando, con Gaffieri e Khane! Voglio sapere cosa avete fatto!>
Ein: <B-Beyond...?! Cosa ne sa lei?>
Jesper: <Ne so abbastanza! Dimmi cosa sai tu.>
Jesper ritrasse il braccio destro togliendo dalla fronte di Ein la pistola, continuando però a puntargliela contro.
Ein: <Io ero responsabile della creazione del cervello biologico. Brando Khane realizzò la struttura bionica dell'androide mentre Gaffieri si occupò della parte informatica e del chip emozionale. Alexander McFlares era il responsabile del progetto.>
Jesper: <Perché Rachel?>
Ein: <Ma io non so chi sia questa Rachel!>
Jesper decise di credere al giapponese, d'altronde non aveva alcun motivo apparente di mentire ad un uomo che stava minacciando di privargli della vita.
Jesper: <Rachel era mia moglie, una biologa. È stata uccisa cinque anni fa, stava lavorando al progetto del cervello biologico ed aveva un chip impiantato nel cervello.>
Ein: <Questo... Questo spiega molte cose.>
Jesper: <Parla!>
Ein: <S-Sì. La creatura Beta è stata modellata per assomigliare ad una donna, il progetto era quasi pronto, tuttavia mancava un pezzo. Il chip. È per questo che sono stato licenziato, il pezzo era stato rubato. Hanno pensato che fossi stato io, ma non l'ho rubato io.>
Jesper: <Continua.>
Ein: <Poi venni a sapere dell'attivazione di Beta, senza quel chip è come se fosse un animale allo stato brado.>
Jesper: <È per questo che ha ucciso Connor?>
Ein: <Connor è stato ucciso?! Quando?>
Jesper: <Ieri sera. Da Rachel.>
Ein: <Quella creatura non è Rachel. Ha le sue sembianze, certo, ma non è lei. Deve essere fermata. Ad ogni costo.>
Jesper: <Come?>
Ein: <Deve trovarla, prima che lei trovi noi. Se è vero che ha ucciso McFlares... Poi Connor...>
Jesper: <Come sai che ha ucciso McFlares?>
Ein: <Girano delle voci... Prima o poi arriverà a me, e anche a Khane e Gaffieri.>
Jesper: <Perché conosci Connor?>
Ein: <Era il referente del conte De' Press. Lui finanziava il progetto Beyond.>
Jesper: <William De' Press?>
Ein: <No. Tristan.>