Dalom
La scarsità determina la necessità di molto lavoro per procurarsi quel particolare bene di consumo. In mezzo al deserto l'acqua vale tanto perché devi spostarti molto ed in condizioni difficili per raggiungerla, scavare in profondità per raggiungerla, tenere le oasi in modo che la sabbia non le sommerga, ecc. ed è tutto questo lavoro necessario a procurarsela che la fa costare tanto.
Oramai le tecnologie attuali vanno incontro tranquillamente a queste esigenze. Se l'acqua c'è, i modi di procurarsela sono molteplici grazie all'innovazione tecnologica.
Il problema è appunto quando non c'è proprio, oppure è utilizzata poco. In quelle zone è che mancano i capitali per investire nell'infrastruttura, dovuto al fatto che la situazione politica di quei posti è drammatica.
Poi c'è il caso della scarsità indotta: si riduce la quantità di un bene affinché sia più difficile procurarselo, col risultato che il prezzo sale. Ne parlava già Marx nel Capitale, facendo l'esempio degli olandesi che ridussero la produzione di fiori per farne aumentare il prezzo. Oggi fanno lo stesso con il latte e tanti altri beni (avrai sentito parlare delle famose "quote latte" e relative contestazioni).
Ogni forma di scarsità indotta da un organismo centrale è condannabile, quote latte incluse pertanto.
In un'economia di libero mercato non esisterebbe la scarsità indotta, in quanto sarebbe un atteggiamento che andrebbe in favore solo di aziende monopolistiche oppure oligopoli puri, dove pertanto l'entrata nel mercato di nuove aziende è bloccata nel primo caso, difficile nel secondo, e in entrambi i casi vi è il controllo totale sulla risorsa o la sua distribuzione ecc.
Poi calcola che il "terrore" nei confronti del cosiddetto "eccesso di offerta" e quindi di strumenti di controllo su esso non è peculiarità dei liberisti, ma degli interventisti di mercato.
Non si può prescindere dal lavoro necessario, nella determinazione del valore di scambio, sebbene altri fattori (nell'economia di mercato) producano oscillazioni attorno al valore medio.
Ovviamente non si può prescindere dal lavoro necessario, ma quella dipende tanto dal settore che si analizza: nel caso in cui sia un'azienda con monopolio dovuta al predominio sul mercato a scapito di concorrenti (mi piace pensare sempre a Google), col tempo il costo del lavoro ha tendenza ad andare al ribasso grazie alla tecnologia allo stesso modo di forme di mercato di concorrenza perfetta, poiché ognuna deve abbattere i costi, pertanto il valore del lavoro rimarrà più o meno ad un livello X. Tutto questo finché una di queste non troverà una tecnologia adatta per sbaragliare nuovamente il mercato. Tutto ciò in favore di retribuzioni dirette dei dipendenti, di plusvalore ecc.
Nel caso di monopoli o oligopoli, nel caso di monopoli statali e oligopoli clientelari, il costo del lavoro
si alza poiché non vi è la stessa necessità come nei casi precedenti di avere supremazia e sopravvivere e di implementare tecnologie migliori che abbattano i costi e anche il prezzo finale.
Si hanno mezzi per stabilire quale sarebbe il costo del lavoro finché non si cambia forma di mercato? No.
Per questo parlare di lavoro come un valore fisso intrinseco ha poco senso ed è soggettivo o relativo ad una situazione.
Ma col mercato dei titoli tutto ciò c'entra poco. Essi sono oggetti fantastici: il loro valore dipende dall'utilità di poter fare altro valore. Una delle dimostrazioni di quanto l'economia di mercato sia diventata perversa.
Era un esempio il mercato dei titoli, ma pensa a qualsiasi settore in cui vi è altissima sostituibilità dei prodotti (praticamente quasi ogni prodotto che trovi al supermercato).
Senza contare che alcuni degli strumenti finanziari come i derivati sono nati con scopi nobili (erano forme assicurative sulla produzione), e tutt'ora vengono anche utilizzati per ciò. L'abuso degli stessi è dovuto ad una mancanza di etica, non alla natura degli stessi.