Avevo scritto della roba su FB a proposito di Leftovers, se vi va di leggerla.
Se la fatica fatta per sceneggiarla fosse comparabile a quella dello spettatore per guardarla, l'ultima co-creazione di Damon Lindelof assumerebbe connotati quasi erculei. Si chiama The Leftovers, è tratta – molto liberamente, pare – da un romanzo di tale Tom Perrotta, e dovrebbe riscattare Lindelof dal casino combinato con le ultime stagioni di Lost e Perrotta – in mancanza di prove migliori – dal fatto di andare di cognome «Perrotta».
La serie segue le vicende di Kevin Garvey, poliziotto, le cui sopracciglia hanno l'andamento di un elettrocardiogramma e sono, a conti fatti, le cose più interessanti del personaggio; della moglie Laurie, fuggita di casa per unirsi a una setta di fumatori e beccarsi il cancro ai polmoni, probabilmente, la cui bocca perennemente socchiusa pare suggerire un pericoloso debito d'ossigeno; della loro figlia adolescente Jill, che soffre per l'abbandono della madre (v. sopra) e che si comporta da stronza nonostante sia chiaro che abbia solo-bisogno-di-affetto; e dell'altro figlio, Tom, anche lui adolescente e anche lui vagamente stronzo, oltre che un po' innamorato di un'asiatica che però ha preferito farsi ingravidare da Wayne, una specie di santone di colore, per dimostrare che i Musi-Gialli-Negri sono una possibilità, geneticamente parlando. Attorno a loro gravitano mille personaggi, tutti un po' stereotipati, anche se a uno di loro – padre Jamison – è dedicata quella che a mio parere è la puntata più bella del lotto, e cioè la terza.
Le sopracciglia molto articolate di Garvey
Per il resto la narrazione è molto classica, molto corale (con due eccezioni) e molto americana: vita da college, cittadina stile Twin Peaks, festini in cui si scopa molto più di quanto scoperemo io o voi in una vita intera, rivalità tra poliziotti. Il mistero che muove tutto, comunque, è troppo misterioso, e ho come l'impressione che la scelta di focalizzarsi sulle (presunte) psicologie fornirà un alibi perfetto per non chiarire un bel niente – ma vedremo, anche perché non è detto che questo sia necessariamente un problema.
C'è anche un fastidioso simbolismo da terza elementare: la setta («Non è una setta!») vestita di bianco, alberi da abbattere per tagliare i ponti col passato, tombini che saltano in aria per sottolineare che un personaggio sta perdendo la testa, sequenze oniriche fottutamente lunghe, oltre che raggelanti per il modo in cui impiegano la CGI (quel fuoco, Dio mio... quasi peggio dei fenicotteri di Sorrentino), e una strana voglia di apparire profondi, esistenziali. Ma niente, i monologhi sembrano usciti da una puntata a caso di Everwood.
La bocca semichiusa di Laurie
E comunque sembra tutto fatto al risparmio. Sappiamo ormai quanto Lost sia stato un bluff, ma almeno quello lo si guardava con estremo piacere, sia per la narrazione inusuale che per il suo ormai proverbiale grandeur – il pilota pare, ancora oggi, uscito più da un cinema che dalla ABC. Qui, in The Leftovers, il massimo che ci si permette sono dei flashback molto flash, quasi rapsodici, sicuramente orrendi, roba che nemmeno i videoclip di MTV.
Non è un completo disastro, logico. La terza puntata è veramente figa, la nona lo è mediamente e una scena della decima assolutamente. Il finale della nona, in particolare, è di una delicatezza davvero inaspettata, per il modo in cui mette in scena un evento drammatico senza mostrarlo direttamente, ma solo di riflesso, sul volto della persona che ne fa le spese. E funziona alla grande. Anche la colonna sonora, sebbene all'inizio appaia ricattatoria e lacrimosa, diventa presto quasi catartica.
Damon Lindelof, sorridente come sempre. Perché scrive male e nessuno se ne accorge
Restano degli eccessi ben poco giustificabili, comunque. Tipo perché nessuno denunci la setta di cui sopra per stalking, violazione di domicilio o semplice rottura-di-coglioni-reiterata; la leggerezza con cui le autorità decidono di assaltare il ranch di Wayne, il negro che si fa la (non proprio) figa asiatica; la lunghezza estenuante dell'episodio pilota (tipo un'ora e dieci), del tutto ingiustificata; il fastidioso intercalare di «fucking» tra ogni pronome e verbo, ausiliare e verbo, avverbio e verbo, pronome e sostantivo, articolo e sostantivo, ecc.
La cosa più preoccupante, però, è il motivo per cui questa serie sembra piacere a tutti tranne che a me. È molto guilty pleasure, più guilty che pleasure, con tutto il rispetto. Nel senso che riesce a essere appassionante, quando non annoia. Il problema è che annoia spesso.